Opinioni e politica del diritto
Uno Stato forte sa scegliere dove intervenire
Meno divieti inefficaci, più sicurezza, servizi e legalità: dove uno Stato liberale deve esercitare davvero la propria forza

Editoriale di Federico Lione — Italia, 31 agosto 2026
Il 25 agosto 2026 Repubblica ha raccontato il sequestro, all’aeroporto di Malpensa, di 605 carte Pokémon e One Piece per un valore stimato di circa 27.000 euro. Secondo l’esperto interpellato dal giornale, anche il mercato delle carte da collezione potrebbe essere utilizzato per operazioni di riciclaggio.
La notizia non è irrilevante. Alcune carte raggiungono valori considerevoli, possono essere trasportate facilmente e circolano in un mercato nel quale il prezzo non è sempre immediatamente verificabile. La domanda, tuttavia, è quale conclusione normativa dovremmo trarne.
Praticamente qualsiasi bene dotato di valore può essere impiegato per riciclare denaro: immobili, ristoranti, opere d’arte, automobili, orologi, società e attività commerciali perfettamente lecite. Oggi può accadere con una carta da collezione; domani con un bene che ancora non conosciamo.
La possibilità che un bene venga utilizzato per commettere un illecito non giustifica, da sola, una disciplina indiscriminata del mercato nel quale quel bene circola. La risposta razionale non consiste nel rendere sospetta ogni attività economica, ma nell’individuare operazioni, soggetti e circostanze che presentano un rischio concreto, seguirne i flussi e concentrare lì i controlli.
È il principio sul quale si fonda, almeno in teoria, lo stesso sistema antiriciclaggio: un approccio basato sul rischio, con verifiche più intense nei casi maggiormente esposti e misure proporzionate negli altri. Un criterio ragionevole, che dovrebbe ispirare una parte molto più ampia dell’azione pubblica.
Uno Stato invasivo dove potrebbe essere sobrio e debole dove dovrebbe essere forte
Ogni nuovo divieto richiede qualcuno che lo faccia rispettare. Ogni adempimento genera verifiche, piattaforme, circolari, interpretazioni e contenzioso. Ogni nuova fattispecie penale impegna forze di polizia, procure, tribunali e istituti penitenziari. Ogni bonus comporta domande, controlli, procedure e costi amministrativi.
La capacità dello Stato non è illimitata. Eppure il dibattito pubblico italiano si comporta spesso come se fosse possibile aggiungere indefinitamente norme, obblighi e controlli senza sottrarre attenzione, personale e risorse ad altre priorità.
Il risultato è uno Stato che rischia di diventare invasivo dove potrebbe essere più sobrio e debole dove dovrebbe essere più autorevole.
La domanda di sicurezza che attraversa molte città italiane è reale. I dati non descrivono un’esplosione uniforme di ogni forma di criminalità: gli omicidi restano su livelli incomparabilmente inferiori rispetto al passato. Sono però tornati a crescere alcuni reati predatori e, nel 2024, il 26,6 per cento delle famiglie italiane ha dichiarato di percepire un rischio di criminalità nella zona in cui vive.
I dati devono impedire le semplificazioni, non negare l’esperienza delle persone. Chi subisce un furto, un’aggressione o una rapina non viene rassicurato da una serie statistica. Quando una parte della popolazione evita determinati luoghi, modifica le proprie abitudini o ritiene inutile rivolgersi alle istituzioni, il problema non riguarda soltanto l’ordine pubblico. Riguarda la libertà.
La sicurezza non è un’ossessione autoritaria: è una condizione della libertà. Una donna che rinuncia a indossare una gonna o evita una strada per paura non è pienamente libera. Non lo è chi teme di rientrare la sera, chi rinuncia a portare un orologio, chi considera inevitabile subire un furto o chi apre un’attività sapendo di non poter contare su una tutela tempestiva.
Garantire sicurezza non significa soltanto aumentare le pene. Significa presidiare il territorio, rendere più probabile l’individuazione dei responsabili, assicurare una risposta giudiziaria in tempi ragionevoli e impedire che la reiterazione di furti, aggressioni e rapine venga percepita come inevitabile.
Quando lo Stato perde credibilità, le mafie guadagnano spazio
Microcriminalità e criminalità organizzata non sono la stessa cosa. Sarebbe scorretto sostenere che ogni furto o episodio di violenza favorisca direttamente le organizzazioni mafiose. Esiste però un nesso più profondo.
Le mafie non prosperano soltanto attraverso traffici illeciti e riciclaggio. Costruiscono il proprio potere presentandosi — o imponendosi — come autorità alternativa: offrono protezione, mediano conflitti, recuperano crediti, controllano attività economiche e occupano gli spazi lasciati liberi dalle istituzioni.
Non si tratta soltanto di operazioni finanziarie sofisticate. Bar, pizzerie, ristoranti e altre attività caratterizzate da incassi frequenti e ricavi variabili possono essere utilizzati per confondere denaro di origine illecita con proventi apparentemente legittimi. L’impiego diffuso del contante aumenta inoltre l’opacità delle transazioni e presenta una relazione significativa con l’economia sommersa e con il rischio di riciclaggio.
Ma il danno non si esaurisce nel riciclaggio. Un’impresa sostenuta da capitali criminali può sopportare perdite, praticare prezzi insostenibili per i concorrenti, acquistare locali e forniture senza dipendere dal credito e conquistare quote di mercato senza rispettare le regole alle quali sono sottoposti gli operatori onesti. L’impresa infiltrata diventa così non soltanto una lavatrice di denaro, ma uno strumento di controllo economico e sociale.
Gli studi della UIF mostrano infatti che le organizzazioni criminali entrano nell’economia legale per ragioni diverse: facilitare le attività illecite, avvantaggiare le imprese controllate oppure acquisire relazioni, influenza e un’apparenza di rispettabilità. Il fenomeno attraversa molti settori e non giustifica il sospetto generalizzato verso ogni esercizio commerciale. Richiede, invece, controlli mirati sulle operazioni e sulle strutture proprietarie prive di una logica economica credibile.
Le mafie vincono quando convincono una comunità che denunciare non serva, che la legge non sia in grado di proteggerla e che i problemi possano essere risolti più efficacemente fuori dallo Stato. La violenza e l’intimidazione compromettono la libertà d’impresa, ostacolano la partecipazione civile e indeboliscono la fiducia nelle istituzioni.
Per questo uno Stato debole dove dovrebbe essere forte finisce per essere il migliore alleato delle mafie. Non perché le favorisca consapevolmente, ma perché crea il vuoto nel quale il potere criminale può apparire più concreto, rapido e credibile di quello pubblico.
La lotta alle mafie non si esaurisce nei processi alle organizzazioni criminali. Richiede uno Stato presente nella vita ordinaria: nelle strade, nei quartieri, nell’economia, nella protezione degli imprenditori, nella certezza dei contratti e nella capacità di risolvere i conflitti secondo diritto.
Se le risorse sono limitate, occorre allora stabilire priorità. L’azione investigativa e giudiziaria dovrebbe concentrarsi innanzitutto sulle condotte che producono il danno sociale più grave: violenze sessuali, aggressioni, rapine, furti, tratta di esseri umani, sfruttamento, criminalità organizzata, corruzione, grandi frodi e riciclaggio strutturato.
Allo stesso tempo, dovremmo domandarci quali fenomeni possano essere governati più efficacemente attraverso strumenti amministrativi, fiscali e sanitari, anziché mediante una proibizione che assorbe risorse senza eliminare il mercato sottostante. Il diritto penale dovrebbe rimanere lo strumento estremo dell’ordinamento, non la risposta automatica a ogni comportamento socialmente controverso.
Fisco, bonus e libertà economica
La stessa difficoltà di scegliere emerge nella politica fiscale.
Nel 2024 la pressione fiscale italiana è salita al 42,5 per cento del PIL, dal 41,2 per cento del 2023. Secondo l’OCSE, nel 2025 il cuneo fiscale sul lavoratore singolo senza figli con retribuzione media è stato pari al 45,8 per cento del costo del lavoro, uno dei valori più elevati tra i Paesi membri.
Questi dati non descrivono allo stesso modo la posizione di dipendenti, professionisti e imprenditori. Mostrano però la distanza tra quanto costa produrre reddito e quanto rimane disponibile per consumare, risparmiare e investire.
Nel frattempo, il sistema viene continuamente corretto attraverso bonus, detrazioni, crediti d’imposta, regimi sostitutivi, soglie ed eccezioni temporanee. Ogni misura può avere una propria giustificazione. La loro somma produce però un ordinamento instabile, difficile da comprendere e non sempre equo tra persone che conseguono redditi analoghi.
La questione non è abolire ogni sostegno. È domandarsi se non sarebbe più razionale sostituire una parte delle agevolazioni frammentate con aliquote più contenute, passaggi graduali tra le fasce di reddito e regole stabili. Gli interventi destinati alle situazioni di bisogno dovrebbero essere trasparenti e mirati, senza trasformare il sistema fiscale in un mosaico comprensibile soltanto agli specialisti.
Anche chi raggiunge, attraverso il proprio lavoro o la propria attività professionale, redditi di 140.000 o 150.000 euro non dovrebbe essere considerato automaticamente una riserva fiscale inesauribile. La progressività prevista dalla Costituzione non richiede di penalizzare la crescita del reddito attraverso aliquote effettive opache, contributi, addizionali, soglie discontinue e perdita improvvisa di benefici.
Una società che vuole creare ricchezza deve rendere più semplice aprire un’attività, investire, assumere, innovare e, quando un progetto non riesce senza che vi siano frodi o abusi, ricominciare.
La lezione polacca: la libertà non dovrebbe richiedere un’autorizzazione preventiva
La Polonia ha tradotto questo principio in una disposizione particolarmente chiara. Dal 2018 la sua legge sull’attività d’impresa stabilisce che l’imprenditore può compiere tutto ciò che non sia vietato dalla legge e può essere obbligato a un determinato comportamento soltanto sulla base di una norma. La stessa legge afferma un principio di fiducia nell’imprenditore e, entro limiti determinati, impone all’amministrazione di risolvere in suo favore i dubbi di fatto non eliminabili.
Nel 2025 Varsavia ha rafforzato quella scelta attraverso un programma organico di deregolamentazione, intervenendo sui controlli, sulla stabilità delle norme fiscali, sugli obblighi amministrativi e sulla qualità della legislazione economica.
Questa impostazione non elimina le regole: rovescia la prospettiva. Non dovrebbe essere il cittadino o l’imprenditore a cercare continuamente una norma che lo autorizzi ad agire. Dovrebbe essere lo Stato a indicare con chiarezza ciò che è vietato e a giustificare ogni limitazione della libertà economica.
La crescita polacca non può essere attribuita a una sola disposizione: consumi, investimenti, fondi europei, occupazione e integrazione industriale hanno avuto un ruolo decisivo. È però significativo che, secondo l’istituto statistico polacco, nel 2024 il PIL reale della Polonia risultasse superiore del 19 per cento a quello del 2018. Varsavia ha scelto di difendere quella traiettoria riducendo gli ostacoli amministrativi, anziché moltiplicandoli.
Cannabis: meno mercato criminale, più responsabilità pubblica
È in questo quadro che dovrebbe essere affrontato, senza slogan, il tema della cannabis.
In Italia il consumo personale non è punito come reato. L’acquisto, la ricezione e la detenzione illeciti destinati all’uso esclusivamente personale comportano invece le sanzioni amministrative previste dall’art. 75 del d.P.R. 309/1990. L’art. 73 disciplina le condotte penalmente rilevanti relative, tra l’altro, alla produzione, alla cessione e al traffico di sostanze stupefacenti.
La domanda non dovrebbe essere se lo Stato approvi moralmente il consumo, ma quale disciplina protegga meglio i consumatori, riduca lo spazio economico delle organizzazioni criminali e permetta di concentrare l’attività di contrasto sulle condotte più gravi.
Il Canada, che ha regolamentato la cannabis nel 2018, ha registrato un progressivo spostamento dei consumatori verso il mercato legale e una forte riduzione delle contestazioni per possesso. Non sono scomparsi il mercato clandestino né i problemi di salute pubblica. Si è però dimostrato che un’attività sommersa può essere regolata e produrre entrate effettive: nell’esercizio 2024-2025 il solo gettito federale derivante dalle accise sulla cannabis è stato pari a 294 milioni di dollari canadesi, oltre alle quote provinciali e alle altre imposte applicabili alla filiera.
Anche in Italia esistono studi sul possibile impatto economico. Una ricerca della Sapienza ha analizzato le conseguenze fiscali di un modello simile a quello del tabacco. Uno studio della LIUC ha però evidenziato un punto decisivo: una tassazione troppo elevata può mantenere competitivo il mercato criminale e produrre entrate molto inferiori alle attese.
Un contributo scientifico pubblicato nel 2026, basato anche su stime dei consumi ricavate dall’analisi delle acque reflue, ha simulato un gettito compreso tra 8 e 12 miliardi di euro annui. La fascia deriva dagli scenari più favorevoli del modello: un prezzo legale intorno a sei euro per dose, una tassazione calibrata e il trasferimento al mercato regolato di una quota compresa tra il 75 e il 100 per cento dei consumi stimati. Non è quindi una previsione di gettito, ma un risultato condizionato dalle ipotesi adottate.
Un altro studio, pubblicato sull’European Economic Review, ha osservato che la diffusione della cannabis light in Italia ha ridotto i sequestri di marijuana e di altri derivati, stimando tra 90 e 170 milioni di euro annui i ricavi sottratti alle organizzazioni criminali. Non era una legalizzazione integrale e il risultato non può essere trasferito automaticamente a un mercato diverso. È però un’evidenza concreta del possibile effetto di sostituzione tra offerta legale e illegale.
Legalizzare non risolverebbe ogni problema. Un mercato regolato potrebbe però distinguere più chiaramente il consumo adulto dalle condotte criminali sulle quali concentrare la risposta pubblica. Il criterio dovrebbe essere pragmatico: quale disciplina riduce maggiormente il danno complessivo per la società?
Il lavoro sessuale e il modello svizzero
Un’analoga precisione è necessaria quando si parla di prostituzione.
In Italia la prestazione sessuale volontaria tra adulti non è, in sé, illegale. La legge n. 75 del 1958 vieta le case di prostituzione e punisce, tra le altre condotte, reclutamento, favoreggiamento e sfruttamento. Il vero tema non è quindi una generica “legalizzazione”, ma la possibile disciplina organica del lavoro sessuale volontario, mantenendo una repressione severa della tratta, della coercizione, dello sfruttamento e del coinvolgimento dei minori.
Non occorre guardare a ordinamenti eccentrici o particolarmente permissivi. In Svizzera, Paese difficilmente associabile a un modello di debolezza istituzionale, il lavoro sessuale volontario tra adulti è legale e regolato secondo discipline che variano tra i Cantoni.
A Ginevra, per esempio, sono richiesti la maggiore età, un titolo che consenta di lavorare, la partecipazione a una sessione informativa e la registrazione presso la brigata specializzata nel contrasto alla tratta e alla prostituzione illegale. Allo stesso tempo, le autorità federali riconoscono che coercizione, violenza e sfruttamento continuano a esistere e finanziano specifiche misure di prevenzione.
In Italia, una riforma organica dovrebbe confrontarsi anche con la sentenza n. 141 del 2019, con la quale la Corte costituzionale ha ritenuto compatibile con la Costituzione la scelta di punire il reclutamento e il favoreggiamento della prostituzione, richiamando la tutela delle persone vulnerabili e della dignità umana. La decisione non rende tuttavia costituzionalmente obbligatorio l’attuale modello: riconosce che, in una materia tanto controversa, la scelta degli strumenti appartiene in larga misura alla discrezionalità del legislatore. Un sistema diverso dovrebbe quindi distinguere con particolare rigore l’attività realmente volontaria dalla coercizione, dallo sfruttamento e dalla tratta.
L’emersione non elimina il crimine. Può però rendere più visibile ciò che oggi rimane sommerso, facilitare l’accesso alla tutela sanitaria e alla denuncia e consentire di distinguere meglio l’attività volontaria dalle condotte che violano la libertà e la dignità della persona.
Non basta incassare: il gettito deve finanziare libertà reali
Cannabis regolamentata ed emersione del lavoro sessuale potrebbero produrre gettito e ridurre alcuni costi. Sarebbe poco serio presentarli come una soluzione automatica ai problemi della finanza pubblica. Una parte delle entrate sarebbe assorbita dalla regolazione, dalla vigilanza, dalla prevenzione sanitaria e dal contrasto ai circuiti illegali residui.
Avrebbe però senso destinare per legge una quota predeterminata delle nuove entrate alle funzioni pubbliche maggiormente collegate ai rischi e ai costi di quelle attività: sanità, istruzione, prevenzione delle dipendenze, riduzione del danno, recupero sociale, sicurezza urbana e trasporto pubblico serale e notturno.
Non sarebbe un esperimento privo di precedenti. Nello Stato americano dell’Oregon, il gettito della cannabis finanzia il sistema scolastico, la salute mentale, la prevenzione e il trattamento delle dipendenze, la polizia e gli enti locali. Le somme eccedenti una determinata soglia alimentano inoltre un fondo dedicato ai servizi di trattamento e recupero.
L’obiettivo non dovrebbe essere fare cassa, ma trasformare una parte delle risorse oggi assorbite dall’economia criminale in servizi pubblici verificabili.
Il trasporto pubblico è un esempio concreto. Se lo Stato vieta — correttamente — di guidare in condizioni di alterazione dovute all’alcol o alle sostanze, deve anche costruire alternative ragionevoli. Non basta chiedere alle persone di lasciare l’automobile: occorrono mezzi frequenti, notturni e sicuri.
Un autobus che non passa e una stazione nella quale una donna teme di attendere da sola rappresentano due manifestazioni dello stesso problema: uno Stato capace di imporre un obbligo, ma non sempre di creare le condizioni materiali per rispettarlo.
Investire in trasporti notturni, illuminazione, personale nelle stazioni e presidio delle aree più esposte significa ridurre la guida pericolosa e, nello stesso tempo, restituire libertà alle persone. La qualità dei servizi pubblici non è un tema separato dalla sicurezza: ne è una componente essenziale.
Lo stesso vale per istruzione, sanità e prevenzione. La povertà non determina automaticamente la criminalità e la ricchezza non garantisce il rispetto della legge. È però ragionevole riconoscere che istruzione, lavoro, cura delle dipendenze, mobilità, qualità degli spazi pubblici e fiducia nelle istituzioni incidono sulle opportunità individuali e sulla solidità di una comunità.
Repressione e prevenzione non sono alternative. Uno Stato autorevole deve essere capace di intervenire prima del reato, contrastarlo quando si verifica e impedire che chi ha già sbagliato venga definitivamente consegnato alla marginalità o alla criminalità organizzata.
Dal sospetto generalizzato alla responsabilità
La domanda sbagliata è: “Questo strumento può essere utilizzato per commettere un illecito?”. La risposta sarà quasi sempre affermativa.
La domanda corretta è: “Qual è il rischio concreto, quale danno può produrre e quali controlli sono proporzionati?”.
È la differenza tra una regolazione fondata sul sospetto e una regolazione fondata sulla responsabilità. La prima moltiplica gli obblighi per tutti, senza necessariamente fermare chi intende violarli. La seconda individua i punti nei quali il rischio è maggiore, rende tracciabili le attività lecite e concentra controlli e conseguenze su chi abusa della libertà riconosciuta.
Un Paese competitivo non è privo di regole: ha regole comprensibili, stabili e concretamente applicabili. Protegge lavoratori, creditori, concorrenza e ambiente, ma evita di trasferire su ogni operatore onesto il costo determinato dalla possibile condotta illecita di una minoranza.
L’Italia soffre spesso meno per la mancanza di norme che per la difficoltà di applicarle in modo uniforme, rapido e prevedibile. Aggiungerne altre può offrire l’impressione di una risposta, ma non aumenta automaticamente la capacità dello Stato di produrre risultati.
Ogni nuovo obbligo dovrebbe quindi essere preceduto da un’analisi seria dei costi e dei benefici, introdotto — quando possibile — per un periodo sperimentale e sottoposto a una verifica successiva. Se non produce risultati misurabili, dovrebbe cessare di applicarsi. La qualità della regolazione dipende anche dalla capacità di correggere o abbandonare ciò che non funziona.
La libertà richiede uno Stato capace
Uno Stato liberale non rinuncia alla propria autorità. Sceglie dove esercitarla.
È severo con chi usa la violenza, sottrae beni, sfrutta persone vulnerabili, corrompe le istituzioni o ricicla i proventi del crimine. È più misurato quando adulti consapevoli compiono scelte che riguardano principalmente la propria sfera personale. È esigente con le imprese rispetto ai rischi reali, ma non le soffoca attraverso adempimenti privi di utilità concreta. Raccoglie le risorse necessarie a finanziare servizi pubblici efficienti, senza confondere la complessità fiscale con l’equità.
Possiamo continuare a rispondere a ogni nuova paura con un divieto, a ogni difficoltà economica con un bonus e a ogni inefficienza con un nuovo adempimento. Oppure possiamo domandarci quali comportamenti minaccino davvero la libertà e la sicurezza degli altri e dove debbano essere concentrate le risorse limitate dello Stato.
Le carte sequestrate a Malpensa non dimostrano che quei controlli siano inutili. Ricordano, piuttosto, che quasi ogni bene può diventare uno strumento di illecito. Proprio per questo uno Stato efficace deve saper distinguere: non può assoggettare ogni mercato allo stesso livello di sospetto, ma deve concentrare controlli e risorse dove il rischio è concreto e il danno più grave.
La forza di un ordinamento non si misura dal numero dei comportamenti che vieta, ma dalla capacità di far rispettare le regole realmente necessarie.
La libertà senza sicurezza rischia di diventare un privilegio riservato a chi può permettersi di proteggersi da solo. La sicurezza senza libertà rischia di trasformarsi nell’amministrazione permanente della paura.
Uno Stato moderno deve garantire entrambe: meno presente nelle interferenze inutili, più credibile nella tutela delle persone, dell’economia e della legalità. Perché ogni volta che lo Stato rinuncia a esercitare con efficacia le proprie funzioni essenziali, quello spazio non rimane vuoto. Qualcuno lo occupa.
E molto spesso, a farlo, sono proprio le mafie.
Fonti essenziali
- Repubblica, “Carte Pokémon e One Piece fermate a Malpensa”, 25 agosto 2026.
- ISTAT, “Criminalità e sicurezza”.
- UIF – Banca d’Italia, normativa antiriciclaggio.
- UIF – Banca d’Italia, “Le mafie e le imprese”.
- UIF – Banca d’Italia, “L’uso di contante e il riciclaggio”.
- FATF, “International Standards on Combating Money Laundering”.
- ISTAT, “Conti economici nazionali 2023-2024”.
- OCSE, “Taxing Wages 2026”.
- Parlamento polacco, legge sull’attività d’impresa, artt. 8-10.
- Governo polacco, primo pacchetto di deregolamentazione.
- Statistics Poland, crescita complessiva del PIL reale 2019-2024.
- Health Canada, “Legislative Review of the Cannabis Act”.
- Canada Revenue Agency, dati sulle accise della cannabis 2024-2025.
- Sapienza Università di Roma, “Una valutazione economica: legalizzare conviene (con qualche accorgimento)”.
- Università LIUC, “Gli effetti economici della liberalizzazione della cannabis in Italia”.
- Ofria, Barilla, David, Gitto, Maimone Ansaldo Patti e Muzzupappa, “Cannabis legalisation and tax revenue: a forecasting simulation for Italy”, in La disciplina in materia di sostanze stupefacenti, con particolare riguardo alle c.d. droghe leggere, Giappichelli, 2026.
- Università di Bergamo, “Light cannabis and organized crime”.
- Normattiva, d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, artt. 73 e 75.
- Normattiva, legge 20 febbraio 1958, n. 75.
- Corte costituzionale, sentenza n. 141/2019.
- Cantone di Ginevra, disciplina del lavoro sessuale.
- Fedpol, prevenzione dei reati connessi alla prostituzione.
- Oregon Department of Revenue, destinazione del gettito della cannabis.
